Su di me

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Su di me c’è da dire tanto e poco, dipende da quello che si vuole sapere. Ho un nome che è Benedetta, ma per gli amici basta Bene. Ho già compiuto – e a quello aggiungete quattro – altre tre volte sei anni da quando il primo anno di scuola mi hanno insegnato a leggere. Di parole, adesso, ne ho lette davvero tante. Così tante che ho finito per diplomarmi al liceo classico e per laurearmi in lettere. A questo punto dire che ho sempre avuto l’ambizione megalomane di vivere grazie ai libri sembra quasi una banalità.

Da piccola volevo fare tante cose: la ladra professionista, ma poi ho lasciato perdere, troppo complicato; la dottoressa dei bambini – in “adultese”, la pediatra – ma ancora non sapevo che avrei dovuto studiare medicina per diventarlo; infine, l’archeologa, una passione durata anni ma che si è dissolta in un secondo, nell’attimo esatto in cui qualcuno un  giorno ebbe la cortesia di farmi notare che la parola “scavi” faceva rima con le parole “ragni”, “scorpioni” e anche “serpenti” (sapete com’è, volevo andare in Egitto), e così ho rinunciato.

Un giorno, l’illuminazione. Non so esattamente quando è accaduto, ma un giorno mi sono resa conto che la cosa più presente in assoluto nella mia vita erano i libri. “Qualcuno dovrà pur farli, i libri” mi sono detta nella mia fanciullesca ingenuità. Ci ho pensato su a lungo, e oggi eccomi qua. Questo è stato l’inizio di tutto, e per ora nessuno è mai riuscito a distogliermi da questa morbosa passione.

Sono testarda, timida, sognatrice, romantica ma all’occorrenza anche cinica. Curiosa, irrimediabilmente. La mia testa è in continua ebollizione – lei è l’unica parte di me che è perennemente in attività e gliene sono grata, anche se a volte è un po’ spossante starle dietro.

Amo i libri, come ho già detto. Cartacei e digitali. Quelli cartacei un po’ di più perché, diciamocelo, l’odore della carta è impagabile. Ma ho un debole anche per i digitali. In fondo, i libri basta che raccontino una buona storia. Nel digitale mi sono gettata a capofitto, spinta dalla curiosità. E ho imparato a farli, questi libri che stanno dentro uno schermo. In fondo il codice è linguaggio, un terreno non proprio sconosciuto per me che ho studiato lettere. Di tanto in tanto, quindi, non disdegno di smettere i panni dell’umanista per vestire quelli dell’aspirante informatica. Non perché ami i travestimenti, ma perché mi piace mettermi in gioco. Difficilmente mi accontento delle cose semplici. Se purtroppo o per fortuna, non saprei dirlo.

B.

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