“Santa degli impossibili” di Daria Bignardi

Il romanzo di Daria Bignardi in cinque parole

 

Prima di Natale, una persona per me molto importante mi ha prestato questo romanzo breve consigliandomi di leggerlo. E io l’ho fatto. L’ho fatto una sera che ero da sola in casa, mi sono infilata al caldo sotto al piumone, ho aperto questo piccolo libro e non l’ho richiuso fino a che non è finito. Si legge velocemente e si fa leggere bene.

La trama è semplice. Parla di quello di cui dopotutto parlano tanti libri: una donna che culla dentro di sé le sue solitudini e fragilità ma che nonostante questo cerca di andare avanti. Eppure non mi stupisce che l’autrice, Daria Bignardi, abbia dichiarato che le ci sono voluti ben cinque anni per terminarlo. Il romanzo è un concentrato di sintesi che arriva dritto dritto all’essenza più vera di una donna, senza artifici, senza complicazioni, senza perdersi nel superfluo. Una caratteristica tanto apprezzabile quanto difficile da ottenere.

Less is more, potrei dire, applicando questa formula del design e dell’informatica che mi accompagna da qualche anno a questa lettura, che sembra facile ma non lo è, che sembra piccola eppure frutto di un’abilità grande. Credo che utilizzare tante parole per consigliarne a voi la lettura sia un controsenso. Di parole quindi ne userò soltanto cinque, per questa recensione di ispirazione neanche troppo celatamente (forse) gramelliniana.

 

  • Parola numero uno. Donna.

Questo l’ho già detto. La protagonista del romanzo è una donna. Il suo nome è Mila ed è madre ed è moglie. Mila è una donna profondamente inquieta, fin da sempre, perché nasconde dentro di sé sentimenti grandi che non riesce a incanalare verso ciò che la renderebbe davvero felice.

È una donna a cui, vista da fuori, non manca niente. Eppure lo sappiamo, no?, che la verità non si vede da fuori. Per coglierla bisogna indossare occhiali grandi, mettere il cuore davanti a una lente d’ingrandimento e avere la pazienza di osservare bene. Io l’ho fatto con Mila, per cercare di capirla. Non so se a capirla ci sono riuscita, ma posso dire di averla almeno intuita.

Mila porta con sé un grande messaggio, che è laico ancora prima che religioso, anche se è a santa Rita, la Santa degli Impossibili, Avvocata dei Casi disperati, che viene accostata. Mila, nel suo silenzio di donna forte e fragile, è l’esortazione a continuare a camminare. Senza mai fermarsi, neanche quando sembra inutile.

 

  • Parola numero due. Impossibile.

Impossibile è la parola chiave del romanzo. Questo non è difficile da capire, perché è parte anche del suo titolo, Santa degli impossibili. Un titolo che accosta in modo inequivocabile la protagonista a una donna eccezionale, Margherita Lotti, più nota come Rita da Cascia, una santa tra le più amate.

A riavvicinare Mila alla figura di santa Rita, conosciuta in giovinezza grazie alle preghiere della nonna materna, è Annamaria, un’insegnante laica di religione che ha fatto voto di obbedienza, castità e povertà. Proprio come una suora.

Mila e Annamaria, una donna fermamente credente e una donna che invece la fede l’ha persa che si ritrovano per caso (per caso?, mi chiedo io. Non so l’autrice che risposta darebbe a questa domanda. Vedete voi, a lettura ultimata, se riuscite a rispondere) nella stessa stanza d’ospedale e diventano amiche. E Annamaria intuisce di Mila molto più di quanto lei stessa capisca di sé, molto più di quanto ne capisca suo marito Paolo, un uomo che forse la ama davvero ma che, non comprendendola, non riesce a non ferirla.

 

  • Parola numero tre. Matrimonio.

Il matrimonio tormentato con Paolo è un’altra delle cose che Mila, grazie ad Annamaria, scopre di condividere con santa Rita. Prima di prendere i voti, infatti, Rita era sposata a un uomo violento (anche lui di nome Paolo) da cui aveva avuto due figli. Due figli gemelli, proprio come Mila, che è anche madre di una bambina, Maddi. Il Paolo di Mila non è violento, «forse solo un po’ stronzo». Non riesce ad accettare la moglie così com’è, senza riuscire di conseguenza a renderla davvero felice. Ma forse nemmeno Mila riesce a rendere felice Paolo, a dargli quello che lui vorrebbe.

Due caratteri diversi che si sono trovati, che si sono uniti e promessi fedeltà, rispetto e amore. E che sperimentano nella quotidianità della vita quanto questa promessa sia spinosa, ardua da mantenere. Come lo è per tutti. Senza sconti.

 

  • Parola numero quattro. Amore.

Ma ancora una volta è l’accostamento a santa Rita che risolve questa difficoltà. Alla domanda “Come fare?” lei, una donna data in sposa in giovane età a un uomo iracondo, che con costanza, pazienza, fede e amore riesce a cambiarlo, sa dare una risposta molto concreta. Rita è una donna che non cede all’orgoglio del mondo e che crede fino in fondo nell’Amore. Quando il marito viene ucciso, in nome di quell’Amore Rita respinge con forza la violenza della vendetta, che non risolve l’odio ma lo fomenta: prega Dio di prendere a sé i propri figli piuttosto che lasciare che si macchino dell’uccisione degli assassini del padre. E Dio la ascolta. Può esistere un Amore più grande di questo? Mila si specchia in questo simbolo della forza femminile, capace di un grande miracolo: trasformare in amore la sofferenza.

 

  • Parola numero cinque. Vocazione.

Annamaria nella sua grande fede ha capito questo di Mila. Ha compreso la sua sofferenza interiore e ha compreso il suo amore. Parlando a Mila di santa Rita la aiuta a iniziare un percorso interiore per trovarsi, per recuperare la strada smarrita e ricucire le fila della sua esistenza. Recuperare quella pienezza nell’amore del mondo, delle cose e delle persone che da piccola l’aveva colmata. Annamaria aiuta Mila a prendere per mano se stessa e a capire che amare e aiutare gli ultimi è la sua vocazione.

Insegnare ai carcerati di San Vittore la rende felice. Il mondo guarderebbe a quello che lei fa con sfiducia. E per un po’ lei stessa lo ha fatto: «Ti senti impotente, non puoi fare niente, è frustrante. Donatello è uscito in licenza premio e si è incontrato con un pregiudicato amico suo. L’hanno beccato subito. […] E Cosimo, il sarto? I suoi figli mica lo vogliono indietro. Il brigatista poi non si è nemmeno pentito, quel deficiente, quello non esce più. Io non resisto, così, senza speranza, senza redenzione».

Senza speranza e senza redenzione. Nessuno riuscirebbe a resistere. Tranne chi continua a crederci fermamente. Volersi bene: «A cosa è servito?» si chiede Mila. Quante volte anche noi ci poniamo questa domanda, scoraggiati? In questo breve romanzo è nascosta una risposta rivoluzionaria. «Io penso che volersi bene non è che deve servire a qualcosa, ci si vuole bene e basta» dice molto semplicemente Maddi.

E alla fine anche Mila lo accetta. E capisce. «Niente serve, tanto vale volersi bene»: se aiutare i disagiati dà senso alla sua vita, è quello che deve fare. Senza amore non c’è redenzione. È difficile? Sì, è difficilissimo. L’unica cosa da fare è affrontare la crisi, affrontare i problemi e, rimboccandosi le maniche, andare avanti con fiducia e passo dopo passo scoprire la strada che è stata tracciata per noi.

 

Oggi non vado a lavorare. Non so ancora dove vado. Però cammino.

 

 

daria bignardi, Santa degli impossibiliAutrice: Daria Bignardi
Titolo: Santa degli impossibili
Casa editrice: Mondadori
Formato di lettura: cartaceo
Prezzo cartaceo: 12 euro
Prezzo eBook: 5,99 euro

 

 

 

Benedetta Mannelli

Laureata in Lettere e aspirante informatica, ha un unico grande amore: i libri. Editor e blogger, ama rifugiarsi altrove, in mondi di carta (o pixel) che sanno regalarle emozioni uniche. Che cerca di trasmettere con i suoi consigli di lettura. Per questo nel 2014 ha aperto Rifugiarsi altrove: per condividere una passione.

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