Ecco perché ho apprezzato “La ragazza del treno” di Paula Hawkins

 

Oggi, per caso, mentre ingannavo il tempo in attesa che il caffè uscisse dalla moka scorrendo amenamente la bacheca di Facebook, mi sono imbattuta in un post di un blog (non vi dico quale) che mi ha incuriosito. Ho cliccato sul link e sono andata a leggere l’articolo. 

Il post – coraggioso, questo bisogna riconoscerlo a chi l’ha scritto – radunava una serie di titoli di libri definiti “deludenti”

Tra questi, anche La ragazza del treno di Paula Hawkins. Le motivazioni della blogger erano le seguenti:

  • Dilettantismo dell’autrice nella caratterizzazione dei personaggi.
  • Monotonia delle tre voci che si alternano nella narrazione, che finiscono per risultare come un’unica e insipida voce narrante.
  • Non c’è sviluppo, né crescita.
  • La trama è banale.

Ci tengo a precisare che io rispetto questa opinione (anche se magari dalle mie argomentazioni “sentite” potrebbe non sembrare), ma voglio comunque con questo post difendere la bontà di un romanzo che è, per quanto mi riguarda, molto lontano dall’essere piatto, monotono e banale. Tutto il contrario, anzi. Una lettura che io ho apprezzato molto, invece, e che mi ha regalato ore di puro attaccamento morboso alla pagina!

Volete sapere perché ho apprezzato la lettura de La ragazza del treno? Bene. Ve lo spiego confutando punto per punto le rimostranze suddette della blogger.

Punto 1 e Punto 2. Accusare l’autrice di dilettantismo nella caratterizzazione dei personaggi mi sembra piuttosto azzardato. Non c’è niente di dilettantesco in Rachel, narratrice inaffidabile, che vede la realtà attraverso la lente della sua mente offuscata dall’alcol, dalla gelosia, dal dolore dilaniante dell’abbandono e dell’umiliazione subita dal tradimento dell’ex marito.

Dal primo momento in cui sentiamo parlare Rachel fino allo sciogliersi definitivo dei nodi della trama, la Hawkins non sbaglia un colpo con lei. Non molla mai la presa con Rachel. Non cede. Neanche per un attimo. 

E non solo. Riesce contemporaneamente a dare la parola alle altre due donne protagoniste della storia, Anna e Megan, a cui fa raccontare gli eventi in un salto continuo tra passato e presente, in un duello di punti di vista a dir poco straniante e affabulatorio per il lettore, che non riesce a smettere di andare avanti, e avanti ancora, ad ascoltare quelle voci. Un gioco da manuale. Una sorta di canto delle sirene…

Le voci delle tre donne non sono affatto monotone. Non possono esserlo. Ed è semplice spiegare perché: perché dalla pagina emergono perfettamente i loro tre caratteri diversi. Sono donne deboli e forti allo stesso tempo. Tutte in modi diversi. Donne complesse e complicate. Donne che amano, troppo, troppo poco se stesse, di sicuro amano nella maniera sbagliata. 

Altro che dilettantismo. La Hawkins ha saputo ben usare le armi narratologiche a sua disposizione, dimostrando un’abilità invidiabile. Anche nel tenere alto il grado di interesse e di attenzione del lettore. Che poi riesca con il secondo – per ovvi motivi atteso – romanzo a confermare questa abilità è un altro discorso. Ma staremo a vedere. 

Punto 3 e Punto 4. Non c’è sviluppo, né crescita. Quasi mi sento male. Giuro. E ciò che accade a Rachel non è uno sviluppo? Il suo  continuo sforzo di rientrare in possesso della sua mente alla ricerca della verità non conta? Non conta il suo percorso di rinascita a se stessa? Non conta l’epilogo? E di Anna, vogliamo parlarne? Non c’è sviluppo nemmeno nell’ambiguo personaggio di Anna? O nel motivo per cui Megan scompare? 

E se una trama per non essere definita banale deve per forza essere affollata di personaggi e intricata in vicende che si avvitano su se stesse, be’, allora questa di certo lo è. Banale, intendo. Ma non confonderei quella che sembra essere più una pura questione di gusti con un giudizio oggettivo di spessore narratologico. Perché oltre alla pura trama ne La ragazza del treno c’è un mondo, complesso, commovente, doloroso. Ed è a questo mondo che noi lettori siamo davvero chiamati a guardare. È con un occhio attento al mondo interiore dei personaggi, ai motivi della loro sofferenza, solitudine e fragilità, che dobbiamo interrogarci sulla lettura. Tutto il resto è inutile semplificazione.

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Benedetta Mannelli

Laureata in Lettere e aspirante informatica, ha un unico grande amore: i libri. Editor e blogger, ama rifugiarsi altrove, in mondi di carta (o pixel) che sanno regalarle emozioni uniche. Che cerca di trasmettere con i suoi consigli di lettura. Per questo nel 2014 ha aperto Rifugiarsi altrove: per condividere una passione.

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