“Il mare nasconde le stelle” di Francesca Barra

Francesca Barra e Remon, il ragazzo venuto dalle onde, ci raccontano la sua storia ne Il mare nasconde le stelle. Sapete leggere con il cuore?

Il mare nasconde le stelle: un libro molto, molto importante

Sull’ultimo libro di Francesca Barra ci sarebbero tantissime cose da dire. Ma ne dico una soltanto, in cui credo profondamente con tutta me stessa. Ci credo così tanto che la difenderò finché avrò fiato per parlarne ed energia per scriverne. Il mare nasconde le stelle (2016, Garzanti) è un libro importante. Affermazione banale? Può darsi, ma sostanzialmente vera.

Non che gli altri libri di Francesca non lo siano, intesi (come potrebbero non esserlo lavori come Tutta la vita in un giorno o Giovanni Falcone. Un eroe solo?). Questo lo è altrettanto.

Perché? Perché ha una potenza unica, che riesce a cambiare le persone.

Tocca il cuore nel profondo, non può non cambiarci – poi magari a qualcuno si è inaridito il cuore, ma questo è un altro discorso. Ha, insomma, quel raro potere che hanno i libri davvero importanti e che rende il leggere un’azione veramente concreta capace di migliorare il mondo, poiché migliora noi. In barba a tutti quelli che credono che invece i libri non servano a niente.

Non so se Francesca Barra leggerà mai queste parole, ma se lo farà, voglio che sappia che in questa potenza deve crederci sempre. Da essa deve trarre la forza per continuare ad essere la bravissima giornalista che è, se mai ne avrà bisogno, perché tante storie hanno bisogno di lei: molto probabilmente la storia vera di Remon, “il ragazzo venuto dalle onde”, non sarebbe mai arrivata fino a noi se lei non avesse saputo ascoltarla.

Il mare nasconde le stelle è un libro molto, molto importante anche perché altamente formativo (nel mondo di oggi di libri come questo credo ce ne sia un immenso bisogno). E lo è sia per i più piccoli che per i più grandi. Anzi, forse a maggior ragione per questi ultimi: siamo noi adulti ad avere il dovere di educare le nuove generazioni a valori come la tolleranza, l’integrazione e l’amore gratuito in modo che diventino una scelta consapevole capace di cambiare una società diffusamente asettica come la nostra, anestetizzata e messa sotto vuoto dall’inaridimento del sentimento civile, sociale o, più semplicemente, umano.

Chi è Remon e perché ha deciso di fuggire?

Remon oggi vive ad Augusta insieme a Marilena e Carmelo, i suoi genitori affidatari, due persone dal cuore grande che l’hanno accolto nella loro vita e hanno saputo fare per lui la differenza.

Nel 2013, all’età di quattordici anni (praticamente un bambino) Remon decide di lasciare il suo Paese, l’Egitto, per fuggire da una situazione ormai divenuta insostenibile per persone come lui, cristiano copto in una terra a maggioranza musulmana. Decide di fuggire perché la paura un giorno entra improvvisa e prepotente nel suo sicuro e onesto vivere quotidiano, squartando la tranquillità della sua vita familiare e scolastica: deve sopportare soprusi, violenze, discriminazioni, deve convivere con la morte, che potrebbe colpire lui o chiunque altro a lui vicino in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, proprio come è accaduto a suo cugino, ucciso durante un attentato mentre stava festeggiando il capodanno fuori da una chiesa. Aveva ventun’anni.

Senza dire niente ai genitori, ma solo al fratello più piccolo e a un altro cugino che lo mette in contatto con gli scafisti, una notte lascia la sua casa per imbarcarsi su un peschereccio. Obiettivo: raggiungere Milano, dove sa di avere alcuni parenti. Il suo sogno è quello di studiare per diventare un ingegnere. Suo padre gli ha trasmesso l’importanza dello studio e della scuola. L’insegnamento paterno è forte dentro di lui: studiare per essere un uomo libero e portare rispetto per essere, prima o poi, rispettato.

Remon non ha la minima idea di che tipo di viaggio lo aspetti, nelle mani di chi va a consegnare le proprie speranze, i propri sogni e la sua stessa vita. Quando lo capisce – durante quel viaggio infernale che è la traversata del Mediterraneo – è troppo tardi per avere ripensamenti, figuriamoci per tornare indietro.

Centinaia di anime disperate e impaurite, stipate l’una accanto all’altra, senza cibo né acqua a sufficienza. Un viaggio di 13 notti durante il quale se non muori è solo perché sei fortunato. L’unica luce nel buio della paura è il ricordo dei propri cari. Neanche l’altro, vicino di sventura e paura, può offrire un conforto, nemmeno quei pochi gesti d’umanità che nonostante tutto resistono possono farlo. Di norma non si parla, su quei barconi c’è solo un ammutolito silenzio, interrotto ogni tanto solo da qualche parola che però non ha, non può avere, la forza di sconfiggere lo sconforto in mezzo a tanta angoscia. Ci si tiene lontano dall’altro perché – come spiega Remon – «conoscerci voleva dire preoccuparsi di un’altra vita».

Una frase, questa, che mi ha dato molto su cui riflettere. Ho pensato che, con le dovute proporzioni, quello che accade sui barconi in un certo senso accade anche nella vita di tutti noi: ci teniamo lontani dagli altri perché abbiamo paura di farci carico di un’altra vita; l’estraneità e l’egoismo di pensare solo al nostro piccolo, forse inconsciamente, ci dovrebbero salvare dalla responsabilità dell’altro, che è spesso percepito solo come una minaccia.

Remon, durante quel viaggio terribile, si tiene lontano dall’altro per istinto di sopravvivenza. Noi per cosa lo facciamo? L’altro è davvero solo una minaccia? Marilena e Carmelo e chi come loro ha aperto le braccia e il cuore all’altro sono la risposta a questa domanda.

La dignità di essere persona

Durante la traversata del Mediterraneo, Remon è costretto a sopportare le più disumane condizioni. Un viaggio, il suo, come di molti altri, che aggredisce l’umanità e annulla la dignità delle persone.

Una dignità che nemmeno dopo lo sbarco viene immediatamente ripristinata. Gli viene solo affidato un numero, il 92. Certo, un materasso per dormire e una doccia con la tenda sono un lusso per chi è vivo per miracolo, Remon lo riconosce e infatti non chiede niente di più. Ma è un minore solo, in un luogo che crede essere Milano e invece è la Sicilia – che non sa nemmeno dove sia geograficamente collocata –, che non parla l’italiano, che non conosce nessuno in mezzo a tanti di nazionalità e religioni diverse.

È molto istruttivo, nel bene e nel male, per noi – menti bianche che, in generale, tendiamo spesso a conoscere solo quanto ci viene raccontato alla tv – ciò che Remon narra del suo periodo di permanenza nei centri di accoglienza, luoghi spesse volte sovraccarichi e con poche risorse, sia economiche che umane, a disposizione per poter gestire al meglio certe situazioni.

È in uno di questi centri, il secondo in cui viene trasferito, che Remon riacquista la dignità di essere una persona, attraverso un contatto diretto e sincero con gli altri, che lo fanno sentire utile affidandogli piccoli compiti come tagliare i pomodori per l’insalata. I volontari – la loro disponibilità, il loro lavoro – sono stati molto importanti per Remon: piccole luci in mezzo a tanta notte, ma pur sempre luci.

I vivi non fanno spettacolo

Il mare nasconde le stelle offre numerosi spunti di riflessione a chi lo legga. Io ho pensato molto a questo: quanto sentiamo parlare, ad esempio alla tv, dell’operato dei volontari e della vita dei migranti nei centri di accoglienza? Magari è solo una mia impressione, ma mi sembra che passino per lo più nell’indifferenza mediatica. Così come le testimonianze di vita, amore e speranza che, come la storia di Remon ci insegna, esistono in mezzo all’inferno delle migrazioni.

Ci bombardano di numeri e di stime. Numeri, solo numeri. Mai persone. Sentiamo il bollettino delle morti e sembra finire poi tutto lì, dietro quella moltitudine di corpi. Sto iniziando a chiedermi se questo tipo di informazione, che “spettacolarizza” i morti e spersonalizza i vivi, non finisca solo per diffondere un cordoglio fine a se stesso per i primi e un aprioristico terrore verso i secondi.

I vivi non fanno spettacolo, è per questo che non se ne parla abbastanza?

Essi sembrano diventare interessanti solo nella misura in cui si erigono barriere per escluderli. “Immigrato” sembra divenuto sinonimo di “nemico”. A prescindere dalla persona. Se sei immigrato, sembrano pensare molti, devi per forza avere cattive intenzioni.

Ci siamo forse dimenticati del nostro non troppo lontano passato storico?

Una mentalità, questa, che purtroppo trovo piuttosto diffusa e radicata. Fare in modo che si conoscano le loro storie potrebbe essere un primo sensato passo per sconfiggere la diffidenza e la paura. Un passo che Francesca Barra e Remon, secondo me, sono riusciti a compiere con forza e coraggio.

La conoscenza come arma contro l’ignoranza. Bisognerebbe diffondere la prima, spesso mi sembra che si faccia di tutto per aumentare la seconda.

 

Autrice: Francesca Barra
Titolo: Il mare nasconde le stelle (2016)
Casa editrice: Garzanti
Formato di lettura: cartaceo
Prezzo cartaceo: 14,90 euro
Prezzo eBook: 8,99 euro

 

Della stessa autrice, su Rifugiarsi altrove

Verrà il vento e ti parlerà di me

Benedetta Mannelli

Laureata in Lettere e aspirante informatica, ha un unico grande amore: i libri. Editor e blogger, ama rifugiarsi altrove, in mondi di carta (o pixel) che sanno regalarle emozioni uniche. Che cerca di trasmettere con i suoi consigli di lettura. Per questo nel 2014 ha aperto Rifugiarsi altrove: per condividere una passione.

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