“Aspettando Godot” di Samuel Beckett

 

Siamo contenti. E che facciamo, ora che siamo contenti? Aspettiamo Godot.

 

Aspettando Godot è una pièce in due atti che non smette mai di affascinare. Tutto ruota attorno alla figura di Godot. Eppure, Godot non compare mai sulla scena. Ad attendere il suo arrivo, due uomini vestiti di stracci: Vladimiro ed Estragone.

Volendo, la trama della pièce – anche se di trama non è molto corretto parlare, in fondo – può essere riassunta così, in queste poche righe. Tutto qui? Tutto qui. Ma solo all’apparenza. Il lettore-spettatore attento, in realtà, dovrebbe essere in grado di capire che qualcosa non va fin dalle prime battute che Vladimiro ed Estragone pronunciano.

Il sipario si alza, sulla scena un albero e un uomo – Estragone – , seduto per terra, che cerca con ostinazione di togliersi una scarpa. Tutto intorno, il niente. Quando anche Vladimiro entra in scena e raggiunge il suo compagno, inizia il dialogo serrato tra i due. Presto, però, ci si rende conto che qualcosa stona nel loro dialogare: ma che cosa stanno dicendo?, ci si chiede, di che cosa stanno parlando?

È questa la prima reazione di chi osserva la scena. Perplessità. E questa perplessità è destinata a aumentare mano a mano che la rappresentazione (o la lettura) prosegue, fino a trasformarsi in straniamento quando ci si rende conto che non solo i due protagonisti aspettano un misterioso Godot senza che noi siamo in grado di capire perché realmente lo stiano aspettando né che cosa vogliano da lui, ma anche che quella loro attesa dura da anni, anzi, da decenni, e che nonostante questo per Vladimiro ed Estragone sembra tutto perfettamente normale.

Godot non verrà questa sera, ma di sicuro domani, ripete loro ogni sera un bambino-messaggero che giura di non averli mai visti prima. Solo che il domani arriva sempre, ma Godot no. E ogni volta, per Vladimiro ed Estragone, ricomincia l’attesa, ritorna il vuoto, riempito solo dalle loro parole spesso sconclusionate, e la solitudine dal cui peso sono solo momentaneamente sollevati dall’arrivo di due personaggi alquanto pittoreschi: Pozzo e Lucky.

Che cosa succede, quindi, durante i due atti della pièce? Niente. In una celebre recensione dell’opera viene detto che «Aspettando Godot è una commedia in cui non accade niente, per due volte». Il centro della rappresentazione, infatti, non è tanto una trama che non esiste in se stessa, ma l’attesa. L’attesa di cosa? Di Godot? Certo. Ma chi è davvero Godot?

C’è qualcosa di ineluttabilmente tragico nel modo in cui Vladimiro ed Estragone attendono. Il loro ostinato aspettare provoca una forte sensazione di straniamento di fronte alla quale anche noi, insieme a loro, ci sentiamo impotenti. E questo, genera angoscia. Ancora di più perché collocato in uno spazio che è un non-spazio e in un tempo che è un non-tempo:

ESTRAGONE: Sei sicuro che era stasera?
VLADIMIRO: Cosa?
ESTRAGONE: Che bisognava aspettarlo?
VLADIMIRO: Ha detto sabato. (Pausa). Mi pare.
ESTRAGONE: Dopo il lavoro.
VLADIMIRO: Devo aver preso nota. (Si fruga in tutte le tasche, strapiene di ogni sorta di cianfrusaglie).
ESTRAGONE: Ma quale sabato? E poi, è sabato oggi? Non sarà poi domenica? O lunedì? O venerdì?

 

Ciò che vuole rappresentare Beckett in Aspettando Godot è la condizione di ogni uomo la cui vita si consuma, proprio come quella dei due protagonisti, nell’attesa di qualcosa che poi non arriva mai. Il concetto che sta alla base della pièce e, più in generale, del teatro dell’assurdo al quale questo testo appartiene, è appunto l’assurdità della vita e, con essa, di ogni attesa che non termina mai e che viene ogni volta prontamente frustrata. Samuel Beckett sembra quasi volerci dire che se la vita ha un senso, è l’assurdo che lo spiega, lo rappresenta e ne è lo specchio.

Non bisogna dimenticare, a questo proposito, che l’opera nasce negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, e che quindi è fresco nell’animo dell’autore, e di ogni altro uomo del periodo, il ricordo dei suoi orrori. Come ogni altra opera ascrivibile al genere dell’assurdo, anche Aspettando Godot è un grido: il grido di un’umanità alienata dagli orrori, dalla morte, dalla crisi e schiacciata dall’angoscia e dalla paura.

Ecco quindi che acquista senso il paesaggio “post-apocalittico” nel quale Beckett ambienta la sua opera. Acquista senso il tentativo di Vladimiro ed Estragone di riempire il vuoto e il silenzio dai quali sono circondati con il suono confortante delle proprie voci (poco importa, poi, se i discorsi che fanno sono più o meno sempre la ripetizione di se stessi, se non hanno una logica e un senso immediatamente percepibile) e il fascino sempre più prepotente che l’albero esercita nel suggerire loro l’idea liberatrice della morte.

Su chi sia Godot non c’è certezza: non è un caso, infatti, che lo stesso Beckett in una intervista abbia affermato che se avesse saputo chi era Godot, certo lo avrebbe scritto nel copione. Ciò che è certo è che la pièce ha un significato di portata universale perché denuncia – con  sconcertante attualità – la condizione dell’uomo contemporaneo perso nelle proprie angosce e nelle proprie attese, schiacciato dal peso di una realtà che gli fa paura e dalla ricerca di un senso delle cose che sente il bisogno di trovare ma che resterà per lui inafferrabile.

 

aspettando-godot       

      Titolo: Aspettando Godot
      Autore: Samuel Beckett
      Casa editrice: Einaudi
      Anno: 2008
      Formato di lettura: cartaceo
      Prezzo: 10,00 euro

 

 

 

Benedetta Mannelli

Laureata in Lettere e aspirante informatica, ha un unico grande amore: i libri. Editor e blogger, ama rifugiarsi altrove, in mondi di carta (o pixel) che sanno regalarle emozioni uniche. Che cerca di trasmettere con i suoi consigli di lettura. Per questo nel 2014 ha aperto Rifugiarsi altrove: per condividere una passione.

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