A che cosa serve la memoria del passato? Una riflessione sul senso del ricordare

Quando parliamo di “memoria”, oggi, sono principalmente due le reazioni a cui assistiamo. Non so se siete d’accordo, ma sembra che la memoria o viene difesa con fermezza o con altrettanta fermezza viene ostacolata, negata. Quasi mai qualcuno rimane ad essa indifferente.

Eppure anche i più ostinati paladini della memoria si saranno chiesti almeno una volta nella vita: ma la memoria, dopotutto, serve? Qual è il senso del ricordare dopo 10, 50, 100, 200 anni? Perché continuare a farlo?

È comprensibile lasciarsi andare a questo pensiero, soprattutto nel mondo di oggi in cui sempre più si cerca di sminuire la memoria del passato se non addirittura distruggerla cancellandone le vestigia. Un mondo in cui sempre di più sembra vincere l’attimo, l’oggi, come se l’attimo e l’oggi non siano figli del passato e non avranno a che fare, un giorno, con il domani. In un mondo in cui il buco nero del nostro individualismo, egoismo e narcisismo si allarga sempre più inesorabilmente e inghiotte tutto, compreso il nostro buon senso.

Questa domanda, sempre più cruciale per le sorti del nostro domani, prova ad affrontarla per Rifugiarsi altrove il professor Roberto Balzani, ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Bologna, intellettuale con un’esperienza amministrativa alle spalle e autore per Rizzoli del corso di storia L’argomentazione storica (La Nuova Italia, 2018). Il professor Balzani, attraverso una riflessione sulla memoria giovanile costruita a partire dal romanzo storico Le confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo, formula delle interessanti risposte che abbiamo provato a strutturare in un percorso interpretativo da sottoporre all’attenzione dei lettori. Perché ci ricordiamo che il passato è stato presente e il presente sarà passato, in una corsa del tempo in cui tutti, generazione dopo generazione, siamo coinvolti, indissolubilmente legati, tasselli di un unico puzzle che abbiamo il compito e il dovere di comporre bene.

 

Nievo o della memoria giovanile

di Roberto Balzani

 

Diverse generazioni, in età romantica, giocano con il tempo e con la memoria. Si sentono “nate troppo tardi” per raggiungere i padri sul campo della gloria militare napoleonica – vedi il caso di de Musset (Confession d’un Enfant du Siècle, 1835-36) –; oppure ritengono che il futuro del secolo, il XIX, debba essere nelle mani dei “nati col secolo”. Un caso lampante è quello di Giuseppe Mazzini, il quale, fondando la Giovine Italia, nel 1831-32, programmaticamente esclude i più anziani, quelli che hanno più di quarant’anni. La provocazione fa sobbalzare i vecchi carbonari, che reagiscono sdegnati: «Avete voi veduto costà la Giovine Italia…? – scrive uno di loro, nel ’32 – […] Vi si proclama che il segreto del secolo sta nelle mani dei nati col secolo. Noi siamo dei barbogi del tempo degli Argonauti».

 

Ieri come oggi: un tema complicato

In realtà, non si tratta di usare il millesimo solo come discrimine politico. Per i ragazzi dell’età della Restaurazione il tema della memoria è piuttosto complicato. Si tratta di selezionare accuratamente che cosa ricordare e perché, in un mondo nel quale il passato sembra un blocco di granito scolpito e indiscutibile, essendo – almeno sotto il profilo retorico – la sorgente dell’autorità, della legittimità e del potere. I giovani, viceversa, propongono una filiera mnemonica alternativa, che parte anzitutto dal sé e dalla piccola comunità amicale.

 

La rapidità del processo di oblio rende necessaria la memoria

Mazzini, consapevole della rapidità dell’oblio, se non intervengono processi culturali adeguati, per tutta la vita traccia genealogie, rinfresca il martirologio patriottico, allestisce un Eliso di eroi alternativi: comincia già negli anni Trenta, rivendicando alla Giovine Italia l’eredità degli sforzi inutili compiuti dalla generazione precedente (sarà addirittura incisa e stampata una specie di “memoria portatile” destinata agli esuli, fatta di nomi e di luoghi simbolici, indecifrabile dagli “estranei”); e poi, dopo il sacrificio dei fratelli Bandiera (1844), esplicita, anche a beneficio dei “profani”, la catena che lega gli uni agli altri gli atti individuali e i moti: quasi a forgiare una cronologia e una mnemotecnica, che in effetti il Risorgimento soddisfatto, in età post-unitaria, avrebbe recepito, fino a consacrarle nei libri di scuola.

 

Meglio ricordar troppo e dolersene o non ricordare affatto per godere? La risposta di Nievo

Alla memoria funzionale di Mazzini si aggiungono, via via, altri percorsi. Fra quelli più significativi, sempre in ambito patriottico e democratico, il più rilevante è certamente il caso di Ippolito Nievo, che al Risorgimento arriva giovanissimo (è del 1831). Nievo ha un’idea: fingersi anziano per mettere su carta nella seconda metà degli anni Cinquanta la sua confessione, quella “d’un Italiano” nato prima, al tempo della Serenissima, il quale assiste al processo di rigenerazione nazionale.

La caratteristica del romanzo, vergato nella seconda metà degli anni Cinquanta e pubblicato postumo nel decennio successivo – l’autore, ufficiale al seguito di Garibaldi, scompare misteriosamente in mare col piroscafo che lo trasporta nel marzo del 1861, a conclusione di una delicata missione condotta nel Mezzogiorno per conto del Generale – è tuttavia il doppio registro: “amore” e “religione politica”. «L’amore e la religione politica s’erano confusi in un sol sentimento tanto vivace tanto potente tanto ostinato quanto possono esserlo tutte le forze d’un’indole così robusta, strette e attortigliate in un sol fascio».

L’amore, contrastato e complicato, è quello che lega Carlo alla Pisana: lui è un uomo che non dimentica nulla, lei viceversa imposta la vita decidendo in funzione delle possibilità e dei desideri contingenti, senza preoccuparsi troppo della coerenza con se stessa. Carlo/Ippolito è uno che non ha dubbi: «val meglio a mio giudizio il ricordar troppo e dolersene, che il dimenticar tutto per godere». E infatti avrà modo di dolersene.

 

Il ricordo serve a mantenere vivo il fuoco del sentimento

Ma le Confessioni restituiscono pure la campitura vasta in cui si situa il ricordo affettivo individuale: Dante, una specie di “nume domestico”; e poi la funzione civile del passato, secondo la lezione di Foscolo; infine Roma, “nodo gordiano dei nostri destini”, “simbolo grandioso della nostra schiatta”, “arca di salvazione”. C’è un continuo rinvio, nel testo, fra l’amore giovanile e l’amore per la patria. La patria veneziana si rivela a Carlo illusoria, mentre Ippolito ha ben presente quella italiana. D’altronde, «come avrei io potuto amare – rimugina fra sé il protagonista –, o meglio, come mai quella patria torpida, paludosa, impotente [la Serenissima], avrebbe potuto destare in me un affetto degno, utile, operoso? Si piangono, non si amano i cadaveri». Conseguenza inevitabile: «Come negli individui, così nei consorzi e nelle istituzioni umane, senza il germe, senza il nocciuolo, senza il fuoco spirituale, nemmeno l’organismo materiale prolunga di molto i suoi moti».

 

I ricordi “ricordano, celebrano, ricompensano, infiammano”

«Come negli individui»… E difatti «per me – è ancora Carlo/Ippolito a parlare – la memoria fu sempre un libro, e gli oggetti che la richiamano a certi tratti de’ suoi annali mi somigliano quei nastri che si mettono nel libro alle pagine più interessanti […]. Io mi portai sempre dietro per lunghissimi anni un museo di minutaglie, di capelli, di sassolini, di fiori secchi, di fronzoli, di anelli rotti, di pezzuoli di carta, di vasettini, e perfino d’abiti e di pezzuole da collo che corrispondevano ad altrettanti fatti o frivoli o gravi o soavi o dolorosi, ma per me sempre memorabili, della mia vita. Quel museo cresceva sempre […]. Il fatto si è che quei simboli del passato sono nella memoria d’un uomo, quello che i monumenti cittadini e nazionali nella memoria dei posteri. Ricordano, celebrano, ricompensano, infiammano: sono i sepolcri di Foscolo che ci rimenano col pensiero a favellare coi cari estinti: giacché ogni giorno passato è un caro estinto per noi, un’urna piena di fiori e di cenere».

 

Il passato ha una funzione civile e collettiva

Il nesso fra la memoria individuale, biologica, e quella sociale, culturale, è lampante; in entrambi i casi, la ritualità protegge dall’oblio, la patrimonializzazione del passato ostacola la rimozione. Se poi al “museo” si aggiunge l’energetica, ovvero il “fuoco spirituale” dei singoli (l’amore) e delle comunità (la nazione), allora ci sono speranze di “risorgimento”: «un popolo che ha grandi monumenti onde ispirarsi non morrà mai del tutto, e moribondo sorgerà a vita più colma e vigorosa che mai». E ancora: «così l’uomo, religioso al memoriale delle sue fortune, non perde il tempo che scorre; ma riversa la gioventù nella virilità e le raccoglie poi ambedue nello stanco e memore riposo della vecchiaia».

 

La diversa percezione generazionale del tempo: una sfida?

Qui, però, la simulazione di Nievo sconta lo “svantaggio” analitico della giovinezza. Il senso del tempo, infatti, non funziona, a livello biologico, come un semplice filtro, come un setaccio: il dato temporale non è solo quantitativamente selezionato, ma muta anche sotto il profilo qualitativo, della densità. Il “vecchio” Carlo, non a caso, si tradisce, quando confessa: «io certo vissi alle volte nel sogno di un’ora lunghissimi anni; e mi parve poter spiegare questo fenomeno assomigliando il tempo ad una distanza ed il sogno ad una vaporiera. I prospetti sono gli stessi ma passano più rapidi; la distanza non è diminuita ma divorata».

Per la verità, l’esperienza psicologica della piena maturità, alla quale il “giovane” Ippolito, perduto in fondo al mare a trent’anni, non ha potuto attingere, è esattamente opposta: non è il sogno, ma la realtà che finisce per essere percettivamente “divorata” con lo scorrere degli anni. Il tempo pare sfarinarsi fra le mani e, con esso, la possibilità di agganciare, attraverso l’empatia generazionale, un progetto di cambiamento più vasto.  Già, l’empatia generazionale: ovvero quel partecipare di una contemporaneità tutta particolare, non cronologica ma emotiva, scandita da un’«ampia affinità di contenuti» (Karl Mannheim) tale da permeare la coscienza dei singoli. Prendete le ultime righe di un famoso romanzo di Anna Banti (Noi credevamo, 1967), dedicato proprio a questa fase della lotta per l’unità nazionale, e lo troverete espresso in termini limpidi, letterari, “empatici” appunto: «io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola. Noi credevamo…».

Ma tutto questo – dalla strage delle illusioni all’accelerazione implacabile della cronologia “biologica” – i sopravvissuti al Risorgimento lo avrebbero compreso solo dopo: vivendo.

 

 

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